lunedì, 22 giugno 2009
Percorro Strada Nuova, di ritorno dalla Conservatoria Immobiliare. Sono le 11.30, il sole picchia, e ci saranno almeno 30 gradi, oltre ad una consistente percentuale di umidità. Giunto in prossimità del Ponte delle Puglie, mi imbatto in due gazebi di propaganda elettorale. Da una parte quello del candidato del centro sinistra, David Moggia. Esattamente di fronte, i sostenitori di Franca Maccarotto della coalizione di centro destra distribuiscono volantini e spille. Al primo turno, gli aspiranti Presidenti della Provincia non sono andati oltre il 50% dei voti espressi, tal che si sono resi necessari i tempi supplementari per decretare il vincitore della tornata elettorale. Mi gratto la patta dei pantaloni e cerco un po’ d’ombra. Le due claque evidenziano un reciproco rispetto tale da gratificare la mia appartenenza di diritto al genere umano. Si sorridono, e ci scappa anche qualche battuta. Nulla di particolarmente trascendentale, per la verità, ma sufficiente a sciogliere la tensione. In quel mentre scende le scale del ponte un ciccione di circa cinquant’anni. Indossa calzoni beige che gli arrivano sotto il ginocchio ed una camicia di lino a manica corta. Suda copiosamente e sbuffa come un cavallo sfinito dal galoppo. Si ferma davanti ai gazebo ed emette una scoreggia fragorosa della durata di almeno cinque secondi. Ne trascorrono almeno altri trenta, in cui i rivali politici si studiano, prima che entrambi si avvicinino al grassone stringendogli la mano e complimentandosi per la pressoché totale assenza di odori promanati.
lunedì, 15 giugno 2009
Elezioni: una lucida analisi.
Le recenti elezioni amministrative ed europee hanno chiaramente segnato il passo in fatto di democraticità dell’evento e, più in generale, principio del contraddittorio, inteso come momento performante delle espressioni esteriori di impulsi reconditi. E parlare di vincitori e vinti appare fuori luogo, soprattutto nella misura in cui proprio la comparazione tra schieramenti rischia di sconfinare in un passatempo fine a sé stesso. Un gioco di specchi, un caleidoscopio a vetri sfumati, in cui neppure lo sguardo più attento è in grado di cogliere il cambiamento generale, a volte sussurrato, in altre occasioni gridato, nel quale l’intera comunità sembra essersi immersa non senza una buona dose di sprovvedutezza, forse dovuta alla crisi economica che comunque, da qualsiasi punto di vista la si guardi, non è la spiegazione di ogni male. Non rappresenta la panacea o la foglia di fico, senza per questo voler scadere nella più triviale volgarità. E così finisce che se Atene piange, Sparta non ride, e quasi certamente Tebe ha il broncio, perché i Persiani, metafora della politica moderna tutta pappa e ciccia con quella più reazionaria e restauratrice, hanno deciso che Serse, metafora questa invece del politico che insegue il cambiamento nella continuità, ha alzato gli scudi. Scudi che fa rima con quella antica forma di pagamento che ricorda l’infausta epoca buia e oscurantista di caccia alle streghe. Di roghi. Di censura. E anche di cesura, di tutto ciò che è diverso e che fa paura. Di scelte non fatte. E di scelte fatte troppo presto o troppo tardi. Chiaro no?
Porfirio Rubirosa
Politologo
lunedì, 08 giugno 2009
In sede di pulizia personale, uno degli aspetti più frequentemente trascurati è quello relativo all’asciugatura accurata della propria epidermide. Trattasi, vale la pena sottolinearlo fin d’ora, onde sgombrare il campo da qualsivoglia dubbio o equivoco, di costume ingiustificato e del tutto privo di qualsivoglia fondamento. Se è vero, infatti, che detergere la pelle, meglio se, per inciso, con prodotti che salvaguardino il Ph naturale, rappresenta ictu oculi l’architrave della toeletta, l’eliminazione di ogni e qualsivoglia traccia idrica dalla propria superficie costituisce l’irrinunciabile rifinitura di un’opera che può, senza timore alcuno di smentita, essere definita di architettura estetica. Non v’è chi non veda, infatti, come un’epidermide umida contempli caratteristiche che ne fanno terreno fertile per la proliferazione di batteri e germi che, se da un punto di vista prettamente sanitario parrebbero prima facie non rappresentare un pericolo vero e proprio, sul piano estetico la perniciosa presenza di siffatti elementi organici favorisce l’accumulo di lezzo che, in quantità superiori alla media, si esalta e vivacizza prevalentemente alle estremità degli arti inferiori e a seguito dell’utilizzo di calzature prive di adeguati sistemi di areazione. In questo senso, avvalersi di un asciugacapelli al fine di coadiuvare il lavoro svolto da un asciugamano, pare essere scelta affatto peregrina. Il talco, altresì, andrebbe riscoperto, nella misura in cui un’applicazione moderata e localizzata nelle aree più inaccessibili garantisce risultati efficaci e duraturi.
Porfirio Rubirosa
Toelettatore professionista
lunedì, 01 giugno 2009
Cheeserolling.
Il cheese rolling è una disciplina sportiva che affonda le proprie radici nella notte dei tempi. I primi a praticarlo pare siano stato i romani repubblicani. Almeno tremila anni fa, quindi. Si tratta di una gara nella quale una forma di formaggio di circa cinque chili viene fatta rotolare giù da una montagna che contempla pendenze di almeno trenta gradi, mentre i concorrenti si sfidano nel rincorrerla al fine di afferrarla. Va da sé che, come a più riprese confermato anche dalle leggi della fisica, il formaggio rotola verso il basso con una velocità ben superiore a quella di un essere umano. Quasi un allegoria del tempo che scorre. Della giovinezza che ognuno rincorre e cerca disperatamente di trattenere senza mai riuscirvi per davvero. Un’attività che avrebbe certamente affascinato Lorenzo De’ Medici detto Il Magnifico E’ considerato sport estremo, complice soprattutto l’elevato rischio di rovinare a terra lungo i ripidi pendii sopra emarginati, tal che il regolamento ufficiale prevede l’uso incondizionato del casco, nonché, facoltativamente, di ulteriori protezioni. Robbin Milliam da giorni me ne tesse le lodi e i salutari benefici alle articolazioni. Io ne apprezzo in particolar modo gli aspetti filosofici. La commistione di sacro, il formaggio, e di profano, il nome spocchiosamente albionico. Desidero competere quanto prima con i migliori atleti di detta disciplina, che annualmente si battono per il titolo a Cheltenham (Inghilterra), lanciandosi dalla celeberrima Cooper Hill.
Porfirio Rubirosa
Cheeseroller
lunedì, 25 maggio 2009
Mezze maratone e soste ai box
Jesolo Night Marathon, lido di Cavallino-Tre Porti, ore 19.58 di sabato 23 maggio. Due minuti alla partenza. Mi sono iscritto alla mezza maratona. Ventuno chilometri di sofferenza, da coprire nel minor tempo possibile. Il clima è torrido. L’asfalto fumante ricorda il risotto al nero di seppia. Un rigagnolo di sudore mi cola dalla fronte. La tensione è palpabile. Avverto ad intervalli irregolari speciose zaffe di sudore provenire da taluni dei vicini fondisti. Un linguaggio morse del tanfo. Lo starter annuncia il via. Parto con il pettorale H819. Decido di incollarmi alla lepre che percorrerà la maratona in tre ore e mezza. Gli sto dietro per circa sette chilometri, poi mi stacco progressivamente dal gruppone. Le gambe diventano pesanti. Il respiro affannoso. I punti di ristoro, collocati ogni cinque chilometri, costituiscono un lenitivo sempre più insufficiente. Mi concentro sulla filiera produttiva cinese, sugli sbarchi di clandestini, sulle lunghe attese dal mio medico di base. Il pubblico festante incita gli atleti. Cerco di scorgere una qualche gnocca tra gli astanti, ma incrocio solo lo sguardo di vecchi e bambini. Copro i primi dieci chilometri in cinquantuno minuti, ma già comprendo che non è giornata. Bevo avidamente. Zuccheri e sali minerali, che, però, complice l’elevato dispendio calorico, determinano un’acuta forma di dissenteria. Termino la gara in un’ora, cinquantatre minuti e ventinove secondi. Compresa una sosta ai box degna della miglior Formula Uno.
Porfirio Rubirosa
Fondista affondato
mercoledì, 20 maggio 2009
Foratura.
Arrivo all’auto e mi accorgo immediatamente della leggera modificazione del parallasse della carrozzeria. Abbasso lo sguardo e lo vedo. Adagiato sull’asfalto. Come un leone marino. Il copertone della ruota posteriore sinistra irrimediabilmente forato. La mia consueta sicumera è vittima incolpevole del più comprensibile disappunto. Lei, invece, appare prima facie del tutto impenetrabile. Tuttavia ritengo doveroso cercare di mantenere ugualmente la calma. Il panico, in questi casi, potrebbe risultare fatale. Lei calza decolleté bianchi con tacco di media misura. Apro il baule ed estraggo fieramente il ruotino di scorta. Prendo anche il crik. Indossa pantaloni a sigaretta anch’essi di colore bianco, che ne valorizzano indiscutibilmente i glutei. Non riesco a rinvenire la strumentazione necessaria al fine di svitare i bulloni. Lei me la indica con il dito indice, tal che per un attimo ne posso ammirare il french finemente realizzato da mani pazienti ed operose. Mi chino, indosso i guanti protettivi in dotazione alla mia vettura e comincio a sollevare l’auto. Ha una canottiera nera con spalline sottili, che paiono sempre sul punto di scivolare lungo le spalle. La mia fronte è imperlata di sudore. Anche a causa dello sforzo dovuto alla sostituzione del pneumatico. Nel giro di pochi ma intensi minuti riesco ad effettuare tutte le operazioni del caso. Ripartiamo, mentre lei mi guarda affascinata. La tecnica della ruota forata funziona sempre.
Porfirio Rubirosa
Rude maschio
lunedì, 11 maggio 2009
Sul perizoma.
Sono affascinato dalla perfezione stilistica del perizoma. Dalle sue linee. Dall’aerodinamicità delle forme. Dall’elasticità dei tessuti. Dai suoi colori cangianti. Dal trasformismo del perizoma. Dalla sua eleganza e discrezione sotto un abito da sera. Dalla sua impertinenza sotto i jeans a vita bassa. Il perizoma è sbarazzino. Ride sotto i baffi. Anche sopra, da un certo punto di vista. Dice “guardami” ma sottintende “toglimi”. Nel corso della mia vita ho intrattenuto interessanti dialoghi con perizomi dall’elevato spessore culturale. Si potrebbero paragonare alla neo centenaria Rita Levi Montalcini, i perizomi. Entrambi piccoli, gracili, indifesi all’apparenza, ma dalla prorompente ed esplosiva forza interiore. L’altruismo del perizoma è proverbiale. La sua capacità di valorizzare il sedere di una donna nascondendosi dietro le quinte fa dell’indumento in questione il vero e proprio regista occulto delle vicende interpersonali di una donna, capace di orientare a livello recitativo tanto l’attrice protagonista, quanto l’attore non protagonista. Ne è il demiurgo, il deus ex machina. Esiste, per la verità, anche la variante brasiliana del suddetto slip, la quale contempla una fascia che attraversa i glutei di più ampio spessore. La brasiliana nemmeno la considero. A volte, invece, posto innanzi alla bellezza rara e preziosa di un perizoma, vengo travolto dalla Sindrome di Stendhal e cado a terra come corpo morto cade. Questo si verifica prevalentemente al termine di serate iniziate all’ora dell’aperitivo.
Porfirio Rubirosa
perizomista
lunedì, 04 maggio 2009
Dalla parte delle donne
Nella vicenda che vede contrapposti Silvio Berlusconi e Veronica Lario, personalmente prendo le difese della moglie. Questo, ovviamente, perché è mio costume parteggiare sempre per le donne. In detto modo, risulta più agevole accattivarmi le simpatie dell’universo femminile. Così facendo, il gentil sesso finisce per identificare nello scrivente una figura rassicurante. Un soggetto con il quale aprirsi e confidarsi senza timore di giudizi frettolosi. Non v’è cittadinanza alcuna per i Soloni nel mio rapporto con l’altra metà del cielo. Esiste solo la capacità di ascoltare e la più profonda comprensione. Le donne sanno essere talmente forti e fragili al contempo. Ed è forse questo il segreto del loro fascino misterioso. Anche quando commettono errori ingiustificabili, io nego la più solare delle evidenze. E mi apprezzano per questo. E trovano così donchisciottesco che io assuma il loro patrocinio morale anche innanzi all’inevitabile. La più ovvia ed immediata conseguenza è che quando allungo timidamente la mano sui loro glutei, tendono a considerare questo un segnale prevalentemente di stima e di affetto disinteressato. Sensazione confermata dal mio sguardo batraceo e da un impercettibile cenno di assenso con la testa. Solo allora, posso schiudere le labbra, abbassare le palpebre, piegare il volto verso destra, estrarre la lingua all’uopo umettata, e confermare, non solo a parole, ma anche con i gesti, che io sono dalla parte delle donne. Anche di Veronica Lario, a cui va tutta la mia stima. Ovviamente disinteressata.
Porfirio Rubirosa
Rassicuratore femminile
domenica, 26 aprile 2009
La vedo per la prima volta al supermarket. Altissima. Biondissima. Glutei scolpiti e seno invadente. Indossa t-shirt, jeans a vita bassa, sandali tacco dodici. Forse degli slip, ma non potrei giurarci. Mi pare di scorgere un piercing all’ombelico. Spinge il carrello della spesa mentre fissa attenta il banco dei surgelati. Credo sia seriamente intenzionata ad acquistare dei surgelati. E’ la prova che non abita molto distante dal supermercato. Diversamente, i surgelati si scongelerebbero. Bene. Non mi piaciono i rapporti a distanza. Un punto a mio favore! Giunta al reparto salumi, ordina della coppa. Mezzo etto. E’ single e vive da sola. E’ un dato di fatto, atteso il ridotto quantitativo di coppa richiesto. Tutto volge nella giusta direzione. Le squilla il telefono. Risponde. Bene così, può significare solo che non c’è nessun uomo che le piace, al momento. Perché se ci fosse, allora non avrebbe risposto alla chiamata proprio per farsi desiderare. E io lo so bene che lei è una che vuol farsi desiderare. L’ho capito perché non mi ha ancora guardato una sola volta. Strategie adolescenziali. Ma glielo concedo, dopotutto è proprio quel suo atteggiamento dolcemente infantile a farmi impazzire. Alla cassa paga. In contanti e senza fare storie. E’ anche ricca, pare. Oggi è il mio giorno fortunato. La vedo allontanarsi con la spesa. Lo fa apposta ad uscire dal supermercato. E’ ovvio, vuole che la segua. Mi sta mettendo alla prova, per capire se sono uno che può rigirare come vuole. Ma io resisto. Dopotutto, sono un maestro di seduzione.
lunedì, 20 aprile 2009
Le notti sul litorale.
Arrivo nel noto locale jesolano. C’è un capannello di persone all’ingresso. Gente che non sa rinunciare alla sigaretta, credo. Entro, non prima di aver distrattamente risposto “ciao” a degli energumeni della security che con squisita cordialità dicono a ripetizione “ciao”. Gli ossimori a volte mi lasciano perplesso. Alla mia sinistra c’è un bar. A destra una serie di tavoli che, immagino, dovrebbero costituire una sorta di camera di decompressione. Ci hanno messo pure un’enoteca. Roba per palati fini, suppongo. E’ accanto al cesso. Così su due piedi mi vien voglia di un mojito, ma dopo due secondi me ne frego di essere a la page, che la menta proprio non la digerisco. Viro sul gin tonic. Butto un’occhiata distratta alla pista. Numerosi glutei ricordano la pallina che scorre sopra i testi delle canzoni nei video del karaoke. A quel punto la mia concentrazione raggiunge il suo acme. Molti uomini hanno le gote rubizze e la fronte sudata. Delle due l’una: o anche loro desiderano diventare campioni di karaoke al pari del sottoscritto, oppure hanno le percezioni sensoriali esacerbate da additivi chimici. Vado a pisciare. All’uscita dalla mialette decido di farmi un giro. Avrei voglia di ballare, ma mi è uscito un callo al piede sinistro che provoca dolori lancinanti. Risalgo in auto. Metto su una vecchia raccolta di Ivan Graziani e torno a casa. Mentre scorre "Lugano Addio" penso a quanto è deprimente accorgersi di essere uno dei più vecchi del locale. Per mia fortuna, però, certa gente che non consulta la propria carta d’identità da vent’anni.
Porfirio Rubirosa
Ex giovane ora venduto